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«È la prima canzone creata solo con l’intelligenza artificiale» (martedì 22 ottobre 2019)

«È la prima canzone creata solo con l’intelligenza artificiale»

Dall’A alla Zeta. Testi compresi. Così un algoritmo può capire i vostri gusti e realizzarvi brani su misura. Il responsabile del progetto: «Sarà la normalità. È solo questione di tempo»
PM
LUGANO – Bocelli? Sting? Justin Bieber? Presto potrebbero diventare “inutili”. Dal Ticino arriva la prima canzone al mondo interamente realizzata con l’intelligenza artificiale. Dall’A alla Zeta. Testi compresi. Il team Sidi (Swiss Institute for Disruptive Innovation) di Lugano è riuscito a dimostrare come oggi sia possibile utilizzare l’intelligenza artificiale per comporre, arrangiare ed eseguire un brano musicale inedito. Partendo da zero e inviando un solo input al sistema. Nel caso specifico, il genere desiderato del brano. «Si tratta – spiega Pietro Veragouth, ideatore e coordinatore del progetto – del primo passo per lo sviluppo di un sistema completamente autonomo capace di comporre ed eseguire musica iper personalizzata».

Una “macchina” sa fare questo?
Nella prima fase abbiamo messo insieme i pezzi necessari per fare in modo che il sistema creasse dal nulla una canzone e ne migliorasse il risultato. Un processo circolare che ha però un limite. Un brano non può essere oggettivamente e universalmente bello. Al sistema possono quindi essere forniti parametri generali all’interno di range piuttosto ampi.

Dunque?
Una piccola variazione può stravolgere il risultato. A ciò va aggiunta una serie di considerazioni di ordine psicologico e culturale, ma anche legate a fattori quali l’esperienza musicale pregressa e i diversi condizionamenti che predispongono l’ascoltatore.

Può spiegare meglio il concetto?
Quando ascoltiamo musica, nel nostro cervello si scatenano diverse reazioni chimiche. Nel momento in cui uno specifico segmento di un brano ci procura una sensazione di piacere, significa che è stata prodotta, in particolare, dopamina.

Come si misura?
Attraverso la risonanza magnetica funzionale, oppure con un elettroencefalografo, possiamo misurare questa attività in tempo reale e determinare quale parte del brano ha indotto, sia a livello conscio sia inconscio, il rilascio del neurotrasmettitore, in quale area del cervello e in quale entità. Per ora ci siamo limitati all’utilizzo dell’elettroencefalografo.

Torniamo agli elementi che possono influenzare il fatto che si provi piacere ascoltando un brano…
Vanno considerati vari aspetti. Ad esempio la fama dell’artista, il fatto che il brano piaccia a qualcuno che noi consideriamo un opinion leader, la connessione di una sequenza di suoni a un ricordo inconscio precedentemente fissato nelle sinapsi e così via.

Quali sono i prossimi obiettivi?
Il primo è quello di dimostrare che, applicando questo tipo di analisi al sistema realizzato, sia possibile creare musica virtualmente perfetta per ogni singolo ascoltatore. Il secondo è invece quello di “aprire” il sistema verso l’esterno, permettendo a utenti, generici o selezionati, di collaborare al miglioramento del brano. Questo è possibile perché gli utenti potranno dare il loro feedback attraverso la rete seguendo un protocollo.

Ma se il brano è creato dal computer e migliorato dagli utenti, chi è l’autore? E chi ne deterrà la proprietà?
In effetti è una questione importante sulla quale ci siamo chinati. Se una canzone viene messa in rete anche solo allo scopo di testarne la bontà, si corre il rischio che venga volontariamente o anche involontariamente “rubata”.

Possibile utilizzare i tradizionali sistemi di certificazione?
Sarebbe impraticabile. Da qui l’idea di utilizzare la blockchain, il sistema di affidamento dati, assolutamente sicuro, su cui poggiano anche tutte le criptomonete, come i bitcoin. In questo modo, nel momento stesso in cui viene concepito, o migliorato, il brano, viene associato a una “prova d’esistenza” assolutamente inalterabile.

Vale a dire?
L’attribuzione della paternità del brano spetterà dunque all’autore iniziale che potrà opzionalmente accreditare l’opera agli altri contributori e stabilire la licenza d’uso.

Cosa possiamo aspettarci in futuro?
Ciò che in realtà stiamo realizzando è una sorta di ecosistema che abbraccia anche altre tecnologie, come gli ologrammi e la realtà virtuale. Con l’ausilio di un proiettore olografico, è infatti possibile riprodurre sul palco un cantante o un’intera band e realizzare un concerto del tutto simile a uno reale.

Sembra fantascienza…
È un’innovazione che è già una realtà di successo in molti Paesi asiatici. Sul fronte della realtà virtuale, che si presenta come un megatrend di enormi dimensioni, stiamo sviluppando un modulo per la generazione, sempre sul modello precedente, di performer virtuali che, grazie all’intelligenza artificiale, sono in grado di cantare, ballare, rilasciare interviste e interagire con i propri fan.

Non è una realtà esagerata quella che sta decantando?
Le probabilità che ciò non si concretizzi sono estremamente basse. È solo una questione di tempo. Chi è immerso nell’innovazione ed è a contatto con le nuove generazioni deve solo fare due più due. Per fare un raffronto storico potremmo rapportare il grammofono alla realtà virtuale e il sintetizzatore degli anni ’80 all’intelligenza artificiale.
FONTE www.tio.ch